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Mamma Siria: TSO contro la depressione post-partum

La notizia è questa: in seguito agli ultimi, drammatici casi di infanticidio, alcuni ginecologi si sono detti favorevoli a un Trattamento Sanitario Obbligatorio “per neomamme depresse a rischio infanticidio”. Una volta uscite dall’ospedale, le donne dovrebbero essere seguite da un’equipe che dovrebbe “curarle” e prevenire gesti estremi.

La notizia è rimbalzata per vari blog e network e fortunatamente i commenti delle mamme e dei papà sono molto più ragionevoli di chi ha avanzato questa proposta. Il trattamento sanitario obbligatorio è una pratica medica che si usa solo in alcuni casi di psichiatria grave e come sottolineato da più parti è comunque lesivo della libertà personale: una neomamma in difficoltà merita un trattamento simile?

Qualcuno ha parlato addirittura di elettrochoc, ma scherziamo?

La depressione post-partum è un disagio molto serio che non va confuso con il più generico baby blues e che comunque merita una considerazione ben diversa da un TSO. Ascolto, vicinanza, sostegno emotivo e pratico, altro che medicine!

E di ascolto ci sarebbe bisogno anche in gravidanza, anche durante le (troppe?) visite dal ginecologo, dove le mamme vengono analizzate come se la gravidanza fosse una malattia e i loro bisogni vengono spesso ignorati.  Penso che tutte noi mamme possiamo ricordare un episodio del genere, magari durante un’ecografia svolta in fretta e furia, o in qualche frase allarmante fatta di parole tecniche lì per lì incomprensibili o spiegate male.

Noi donne in gravidanza e neomamme veniamo spesso messe in secondo piano, trattate come incapaci e peggio ancora lasciate sole quando c’è più bisogno di essere abbracciate dalla comunità. Invece di parlare di psichiatria, perché non ci si interroga sulle ansie iatrogene? Sulla pressione che devono subire le mamme, ora tacciate pure di essere “potenziali infanticide”?

Immagine: J. Fussli, “Il Silenzio”

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