Mamma Elisa: A proposito di depressione post partum

Da tempo avrei voluto parlare della depressione post partum ma poichè si tratta di un argomento molto complesso temevo di sminuirne l’importanza cercando di esaurirne in breve tutti gli aspetti. Ma dopo aver letto sulla pagina di facebook alcuni commenti relativi all’articolo sul ricovero coatto delle mamme depresse, non ho potuto fare a meno di dire la mia per controbattere con quelle persone (troppe!) che hanno espresso un’opinione “affrettata” e molto superficiale sull’argomento. Nessuno può permettersi di sminuire una sofferenza così grande riconducendola al “non volere figli” o al non essere abbastanza pronte per averne. Chi si permette di parlare così compie un enorme errore di valutazione dovuto ad un semplice dato di fatto: è molto più facile comprendere empaticamente un dolore causato da un evento funesto che un malessere, in alcuni casi molto grave, connesso ad un evento meraviglioso come la nascita di un figlio. Tuttavia quello che mi sorprende, e mi fa anche molto arrabbiare, è che in molti casi erano, esse stesse, mamme. Da quando sono madre anch’io, ho capito tante cose che prima mi sembravano assurde e inspiegabili.

Nei primissimi giorni fanno da padrone gli ormoni stravolti e incapaci di assestarsi e il cambiamento radicale della propria vita che sembra sfuggire ad ogni controllo. Il senso di inadeguatezza è sempre a portata di mano e la consapevolezza che la maternità è un cambiamento radicale e irreversibile spesso comporta sensazioni di puro terrore. Molta gente non si rende conto del fatto che i bambini non sono la causa di queste paure ma ne sono spesso l’oggetto principale: una mamma non ha paura a causa del proprio figlio, ma per il proprio figlio. Teme di non fare il suo bene, teme che un suo cedimento possa danneggiarlo, che un suo errrore possa avere conseguenze irrimediabili sulla propria creatura che ai suoi occhi è così fragile. Non bisogna sottovalutare, inoltre, che una mamma non vive in una campana di vetro, ma nel mondo in cui ha sempre vissuto, fatto di mille tensioni, di problemi quotidiani più o meno gravi, con una differenza: adesso deve affrontare tutto questo non solo per se stessa ma anche per qualcuno che dipende prevalentemente da lei. Come ho già detto in precedenza, quando si diventa mamme non c’è più la possibilità di lasciarsi andare, dal momento che la salute dei bambini e, in certi casi, la loro incolumità, sono una nostra responsabilità. Non credo che sia difficile comprendere come questo stato di tensione costante possa ledere l’integrità di una persona sottoponendola a sbalzi d’umore a volte anche notevoli. Credo inoltre che il confine tra la fisiologia e la patologia sia talmente sottile che a volte non è semplice rendersi conto del passaggio da uno stato difficile, senz’altro, ma “nella norma” ad uno stato patologico in cui risulta necessario ricorrere ad un intervento specifico e ben mirato. Sono d’accordo con Giuseppe Pavone quando, nel suo commento all’articolo, scrive: «Accompagnare la donna nei 9 mesi di endogestazione e nei 9 mesi di esogestazione, dopo il parto, permetterebbe anche di evidenziare i casi in cui le motivazioni personali o le condizioni familiari sono favorenti una depressione aiutando la donna in senso preventivo e non con un TSO domiciliare». È fondamentale, dunque, non lasciare mai una mamma sola per cui, laddove nell’ambito familiare non dovesse esserci nessuno disposto o in grado di offrire il proprio sostegno pratico ma anche, e soprattutto, morale, credo che le istituzioni dovrebbero colmare queste lacune mettendo a disposizione delle mamme del personale competente (soprattutto capace di empatia) che possa accompagnarle nei primi mesi dopo il parto. Si investe tanto nei corsi pre- parto ma pochi si preoccupano di quello che accade dopo!!!

Tornando alla mia esperienza personale devo dire che pur nella gioia immensa della maternità e nel vedere i miei figli come il mio più grande desiderio incarnato, i momenti di sconforto associati anche a pensieri negativi sul mio essere madre e sulla fatica di crescerli, non sono mancati e credo non mancheranno in futuro. Ma per fortuna ho avuto accanto delle persone che mi hanno accompagnato giorno per giorno e che continuano a farlo con pazienza e devozione. La prima persona è mio marito, la cui presenza mi permette di allentare la tensione, poichè è l’unica persona a cui posso affidare i bambini senza sentirmi in colpa, dal momento che condivide con me la stessa percentuale di “genitorialità”. L’altra persona per me indispensabile è mia madre, nonna a tempo pieno, che sembra quasi aver cambiato dimora, per dare a me la possibilità di gestire con più serenità tutto ciò che bisogna fare in una giornata riempita da due pargoletti così piccoli. Anche gli amici sono stati fondamentali, tutte le volte che hanno ascoltato le mie preoccupazioni, hanno asciugato le mie lacrime o ci hanno semplicemente permesso di mangiare una pizza in compagnia sentendoci meno soli. Nei momenti difficili ogni “piccolo” gesto assume un’importanza inestimabile: farsi trecento chilometri andata e ritorno in mezza giornata pur di esserci in ospedale e guardare negli occhi il tuo pargoletto, ascoltare i tuoi “lamenti” mentre i colleghi di lavoro ti guardano male perchè parli con un’amica, portarti delle focacce calde cinque minuti dopo averti sentito piangere al telefono, o citofonarti alle undici del mattino senza fare troppo caso al disordine che, specie a quell’ora, regna sovrano!

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