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Capezzolo introflesso e ragadi

Care mamme,

qualche tempo fa, in una delle nostre interviste al dottor Paolo Santanché dedicate al delicato tema della chirurgia post parto, abbiamo parlato di capezzoli introflessi, di come possano complicare l’allattamento, visto che al bambino risulterà più difficile attaccarsi correttamente al seno, e soprattutto di come risolvere il problema.

Per fare un po’ il punto sulla questione, specifichiamo che il capezzolo si definisce piatto quando non sporge dall’areola, mentre è detto introflesso se concavo oppure se proprio si ritrae nel seno. Teoricamente, il capezzolo in sé non sarebbe un vero ostacolo all’allattamento poiché, come abbiamo sottolineato diverse volte, la suzione del bambino deve interessare anche l’areola e non il solo capezzolo. Praticamente però, l’oggettiva difficoltà che il bambino, per forza di cose, riscontrerà nell’attaccarsi può facilitare la comparsa delle tanto temute ragadi, che possono a loro volta sfociare in ingorgo mammario e mastite.

Il problema dei capezzoli piatti o introflessi interessa circa il 7-9% delle donne ed è un difetto anatomico, di uno o di entrambi i seni, caratterizzato dalla brevità dei dotti galattofori (ossia i canali che portano il latte al capezzolo) che trattengono il capezzolo verso la ghiandola mammaria, impedendogli di sporgere. Esistono vari gradi di introflessione del capezzolo, per quelli più gravi è necessario un intervento di chirurgia estetica per allungare i dotti galattofori ed estroflettere il capezzolo (per un approfondimento vi rimando alla video intervista del dottor Santanché) mentre per i casi più lievi si può assistere ad una fuoriuscita spontanea del capezzolo durante la gravidanza o, più frequentemente, nei giorni immediatamente successivi al parto. Se, sempre per le forme meno evidenti, la fuoriuscita spontanea non dovesse avvenire, è possibile ricorrere a mezzi non invasivi come le coppette modellatrici del capezzolo oppure effettuare dei semplici esercizi di stiramento manuale, conosciuti come esercizi di Hoffman.

Le coppette modellatrici sono dei dispositivi in plastica (Niplette, prodotte dalla Avent) che vengono applicati sull’areola e, tramite una pompa a siringa che estrae l’aria, aspirano letteralmente il capezzolo verso l’esterno, grazie al vuoto che si viene a creare. Andrebbero applicate mezz’ora prima delle poppate, dopo essere state indossate regolarmente durante la gravidanza, a seconda delle necessità e del grado di gravità dell’introflessione.

La tecnica di Hoffman consiste invece nel ruotare il capezzolo, stringendolo delicatamente tra pollice e indice, sia in senso orario che antiorario, e poi stirarlo verso l’esterno contrapponendo entrambi i pollici alla base dello stesso e esercitando una lieve pressione, allo scopo di ammorbidire un po’ il tessuto connettivo. Gli esercizi dovrebbero essere ripetuti almeno per una ventina di volte al giorno, per essere davvero efficaci.

Altri rimedi che potrebbero esservi d’aiuto sono il tiralatte, usato sia subito prima della poppata per far sporgere il capezzolo e facilitare l’attacco del bambino, che in altri momenti durante la giornata per ammorbidire il tessuto connettivo alla base del capezzolo, e i paracapezzoli che aiutano il bambino ad attaccarsi e a poppare oltre a proteggere capezzoli e areola. A dire la verità, ci sarebbe anche un altro rimedio che sembra essere piuttosto efficace, il piercing, in quanto contribuisce a mantenere il capezzolo in posizione, non preclude la possibilità di allattare e sembra essere una soluzione definitiva anche se piuttosto drastica.

Anche voi avete avuto lo stesso problema? Avete dovuto rinunciare all’allattamento oppure avete adottato qualche rimedio che vi ha aiutato? Se sì, quale? Raccontateci la vostra esperienza!

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