Mamma Sesa: partorire in un Paese straniero – il travaglio

travaglio

Care mamme,

Mammaoggi, con la sua rubrica “Mamme senza frontiere”, sta dando molto spazio e rilevanza alle usanze relative alla maternità tipiche di altri Paesi e di altre culture. Poiché io sono italiana ma vivo da qualche anno all’estero, ho pensato di portare anche la mia esperienza di mamma che vive in un Paese completamente diverso sotto tanti aspetti dall’Italia e che, soprattutto, ha partorito all’estero, con tutte le differenze nell’affrontare questo delicato momento che ciò comporta.

Vi racconto la mia esperienza anche per ricollegarmi a quei temi di consapevolezza e libertà di scelta di cui abbiamo, a più riprese, parlato.

Premetto che io sono stata seguita, per i primi 7 mesi di gravidanza, a Milano mentre, per gli ultimi 2 e il parto, a Losanna, nella Svizzera francese.

Le prime differenze le ho notate già a livello di visite dal ginecologo: l’ecografia me l’hanno fatta solo la prima volta, insieme a tutte le analisi di routine per compilare la cartella clinica e poi non più, mentre la visita ginecologica interna non me l’hanno proprio mai fatta, in Svizzera funziona così per la gravidanza.

Il 23 ottobre, data prevista per il parto, torno in ospedale per il controllo: niente visita, niente ecografia, solo misurazione della pancia e poi mi rimandano a casa, dicendomi di tornare tra una settimana a meno che, ovviamente, non si fosse mosso qualcosa prima.

Il caso ha voluto che, proprio quell’anno, poco prima o poco dopo o addirittura quasi contemporaneamente a me, altre mie amiche sono diventate mamme ed il confronto in certi casi è inevitabile. A loro, ogni giorno dopo il termine, è stato fatto il monitoraggio, a me no, il ginecologo mi ha detto solo di stare attenta ai movimenti del bambino. Sapete com’è, al primo figlio, in un Paese straniero, quando sei l’unica a seguire procedure diverse, penso sia umano avere qualche timore, non sfiducia perché mi sono sempre informata, ho fatto il corso pre-parto, ho scelto un buonissimo ospedale ed ero seguita dal primario di ginecologia, però, come dire, non ero proprio tranquilla.

Lunedì 27 ottobre, 4 giorni dopo il termine, mi stavo sedendo per iniziare la cena quando sento una terribile fitta al basso ventre: mi ero sempre chiesta se sarebbe stato difficile identificare una doglia e quel dolore mi ha fatto capire che no, non lo è affatto! Sono bravissime a farsi riconoscere!

Dato che il dolore non se ne voleva andare, siamo corsi in ospedale dove mi hanno visitata subito e mi hanno detto che ero ancora in fase di pre-travaglio e di aspettare qualche ora in ospedale, camminando e facendo le scale, per vedere se si sarebbero intensificate o bloccate.

Visto che erano stazionarie e un po’ indebolite, mi rimandano a casa, mi dicono di dormirci su e di aspettare. Così faccio, dormo un po’, la mattina mi alzo, faccio colazione, faccio una passeggiata e, intorno alle 13, vengo scossa da un dolore talmente forte che mi scappa un urlo disumano. Alla terza doglia più o meno regolare, telefoniamo in ospedale avvertendo che saremmo andati ma l’ostetrica ci dice di non muoverci da casa, fino a quando le doglie non si fossero regolarizzate sul ritmo di una ogni 5 minuti per 2 ore. Questo perché, secondo loro, per una donna è meglio affrontare il travaglio nella comodità della sua casa, circondata dalle sue cose, magari facendosi un bel bagno rilassante…Magari è vero, ma se una ragazza al primo figlio si fosse sentita più sicura in ospedale, seguita e monitorata costantemente? Loro hanno deciso che per la donna è meglio così e la donna non ha avuto nessuna voce in capitolo. Quello che voglio dire è che io non reputo affatto sbagliata l’idea di rimanere nell’accoglienza della propria casa ma se una donna non si sentisse così a proprio agio in queste condizioni? Soprattutto al primo figlio e 4 giorni dopo il termine? Non sarebbe più giusto darle anche l’alternativa? Non so, mi sembra che le esigenze della partoriente a volte vengano liquidate con un po’ troppa facilità, o per lo meno, io mi sono sentita trattata con un po’ di sufficienza. Forse sarà stato anche per la barriera della lingua… Ma anche in Italia sono così fiscali? Si riduce tutto ad una questione economica di disponibilità di sale travaglio?

Comunque, alle 19, dopo 6 ore di travaglio casalingo e una tecnica di respirazione da manuale, mio marito, stremato ma da ingegnere tedesco qual è, chiama l’ospedale e dice: “Secondo il mio grafico Excel, mia moglie ha le contrazioni ogni 5 minuti e mezzo da circa 2 ore…possiamo venire?”

Ci hanno fatto andare ma io, a quel punto, non riuscivo neanche a uscire dall’ascensore e a entrare in macchina, tanto ero piegata in due dal dolore…

E la notte sarebbe stata ancora lunga per noi…

Questi sono stati i miei primi “confronti” culturali, se volete sapere il resto della storia, continuate a seguirci!

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