Care mamme,
dopo aver letto alcuni interessanti commenti che avete postato voi, lettrici di Mammaoggi, in risposta a quanto da me scritto in tema di episiotomia, ho pensato di approfondire una tematica che ritengo fondamentale: la consapevolezza di una donna in fatto di maternità, prima, durante e dopo il parto.
Se siamo più consapevoli noi, sarà più consapevole il sistema, per così dire, che ci circonda: in particolare riguardo al modo in cui la mamma viene trattata non solo durante il parto, ma anche a livello dei servizi messi a sua disposizione nel delicatissimo momento del puerperio.
Io sono una donna qualunque, non sono un medico, non sono in politica, non ho, insomma, un ruolo decisionale o una competenza tecnica nel campo della ginecologia o dei servizi sociali. Però sono una mamma, ho provato cosa significa essere incinta (lo sto tuttora provando) e partorire e sperimento ogni giorno la bellezza e la difficoltà di crescere un figlio.
Credo che il punto di partenza della nostra discussione sia la mentalità in fatto di donne-madri. Da quella dipende il modo in cui ci si concepisce e in cui si viene considerate. Questi secondo me alcuni punti salienti (scusate la rigidità, ma altrimenti rischio di perdermi nella vastità della tematica).
1. L’importanza di informarsi. Dal momento in cui ho saputo di essere incinta, ho subito sentito il bisogno di sapere: in che modo il mio corpo e il mio bambino si trasformassero durante la gravidanza; cosa significasse il parto a livello tecnico, ovvero in che modo opera un’ostetrica, perché servono per esempio l’episiotomia o il cesareo, e cose così. Mi sembrava il minimo che potessi fare per essere protagonista e non perdermi nulla dell’evento più travolgente della mia vita. Tanto più nel 2010, epoca in cui un’informazione di base, anche solo grazie a internet, è accessibile con molta facilità.
2. La concezione del dolore. Nella scelta dell’ospedale, ho tenuto conto di alcune cose: innanzitutto, la presenza di un reparto di neonatologia che tamponasse qualsiasi emergenza legata al bambino; poi la possibilità di ricevere l’anestesia epidurale; infine, un’impressione generale, condivisa con mio marito. Come vedete, fermo restando che il bambino, per me, è ovviamente più importante, subito dopo ci ho messo me stessa. Non mi ritengo con questo egoista, solo che in un parto, al di là della retorica, i soggetti principali sono due: mamma e bambino. Allora perché non tenere conto di entrambi? E due cose mi hanno stupito: che sia mia mamma, sia mia suocera non capissero perché io dessi così tanta importanza all’epidurale, e che oggi non tutti gli ospedali la pratichino di prassi. Alle due nonne ho semplicemente risposto: ma quando andate dal dentista l’anestesia non la volete? Perché una donna che partorisce non deve voler soffrire di meno, se si può e se questo non intacca minimamente la salute del bambino? Al di là del fatto che poi di epidurale non ho avuto bisogno, sapere che potevo farla mi tranquillizzava: cosa c’è di sbagliato?
3. La qualità prima di tutto. Vi faccio un esempio: allattare è una cosa molto bella, ma molto impegnativa e, se insorgono delle complicazioni (come le ragadi o la mancanza di latte), diventa psicologicamente e fisicamente devastante. È dunque giusto “obbligare” una neomamma, già di per sé molto sensibile, ad allattare, se quello non è più, come dovrebbe, un momento bello, in cui creare un rapporto affettivo con il proprio bambino? O farla sentire in colpa se non ci riesce? Se una mamma sta bene, probabilmente starà bene anche il bambino, tanto più che i neonati sono estremamente sensibili alle sensazioni, in primis quelle della mamma. (Con questo non intendo condividere – anche se non le giudico, perché tutto qui è soggettivo – quelle mamme che scelgono di non allattare per semplice comodità propria, come l’avere più tempo per uscire o il poter dormire di notte). Lo stesso vale per il parto: se una donna è atterrita dal dolore che sa di dover provare e si sente più tranquilla al pensiero del cesareo, ben venga! E se una, come me, crede ciecamente nel parto naturale deve essere il più possibile assecondata.
4. Un sano egoismo. Mamma, moglie/compagna, casalinga, lavoratrice, ma innanzitutto donna: come esiste il colesterolo buono, esiste un egoismo buono, quello che ci deve far capire che non possiamo annullarci nei vari ruoli che la vita e la società ci impongono: giusto sacrificarci per i figli, dedicarci alla persona che amiamo, occuparci della nostra carriera e mandare avanti la casa, ma non scordiamoci mai di noi! Ne va della nostra salute mentale nel tempo, perché quando saremo più vecchie, i figli più grandi, il lavoro meno importante, se non avremo degli spazi nostri e nemmeno più la mentalità per coltivarli, saremo più soggette a depressione, esaurimento, frustrazione. Pensiamoci prima! E le politiche della famiglia o delle pari opportunità ne devono tenere conto, mettendo a disposizione delle mamme (e delle donne, perché è un discorso più generale, questo) dei servizi adeguati.
Non voglio dilungarmi ancora, però gettando questi sassolini nello stagno del silenzio che troppo spesso regna proprio tra le donne qualunque in fatto di maternità, spero di stimolare qualche pensiero, di riceverne, di parlare di cose che per una mamma, che è una donna, sono fondamentali.
Ciao Pampilla,
Come dici tu, è importante essere consapevoli e cercare luoghi e trattamenti che rispecchino le nostre scelte.
complimenti comunque per il post!
molti argomenti interessanti
Come mentalità e scelte le mie sono piuttosto diverse dalle tue, ciò non toglie che possiamo condividere l'importante battaglia dell'autodeterminazione e di una maternità attiva, assertiva, vissuta come vogliamo (sempre tenendo conto della fisiologia, ad esempio l'allattamento al seno non dovrebbe essere una scelta ma la norma incoraggiata, per la salute nostra e del bebè; e non è sempre vero che l'epidurale non ha conseguenze, sia per la mamma che per il bimbo.. il parto non è esattamente una visita dal dentista né un braccio rotto né una condizione patologica) e non come "dobbiamo" o ci viene detto. E tieni presente che nella società di oggi invece è tutto il contrario, siamo abituati alla delega e alla deresponsabilizzazione in molti campi.