E’ una di quelle notizie che sembrano uscite da una telenovela anni Ottanta (ricordate la clonazione di Reva in “Sentieri”?). Qui però è tutto vero: una donna messicana di 50 anni ha accettato di “prestare l’utero” nientemeno che a suo figlio Jorge, un ragazzo omosessuale di 31 anni che da tempo coltivava il sogno della paternità. Lo riporta il quotidiano messicano “Reforma”. La notizia non ha mancato di suscitare scalpore nel mondo latinoamericano.
L’utero in affitto è una realtà ormai comune in America. E anche la figura del padre-single comincia a imporsi all’opinione pubblica. Ma che sia una madre a prestare l’utero al figlio è certamente insolito, persino per il Nuovo Mondo. La donna (di cui non è stata resa nota l’identità) pare abbia preso questa decisione perché desiderava ardentemente che il figlio potesse compiere il suo desiderio più grande. Un atto d’amore, come quello compiuto da Jorge anni fa, quando aveva accettato di donare un rene al padre morente. L’amore filiale di Jorge ha spinto la madre a compiere un gesto altrettanto importante.
All’inizio, però, Jorge si è dimostrato contrario. Una volta nato, il bambino si sarebbe ritrovato con una mamma che era contemporaneamente anche sua nonna! Un bel conflitto di ruoli. Ma la madre ha insistito molto per convincere il figlio gay: “Una madre sostituta lotta tutto il tempo con se stessa, per non affezionarsi al bambino che inevitabilmente perderà- gli ha detto-Ma con me è diverso: io sarò sua nonna”. Dinanzi a tanta caparbietà Jorge ha ceduto. La mamma-nonna ora è incinta grazie agli ovuli di una donatrice, la migliore amica di Jorge. Il piccolo dovrebbe nascere a novembre.
Atto d'amore? A me pare semplicemente raggelante. Il piccolo nascituro ha sulle spalle un'eredità ben pesante e questa madre delle responsabilità enormi di manipolazione e intrusione nella vita di chi ha creato. I bambini non vanno fatti perché servono ai complessi di qualcun altro, un gesto del genere è classificabile nella categoria "abuso".
Ripeto: allucinante.
Sono scettico in generale sulla fecondazione eterologa: quel che vedo come un modo di avere comunque, ad ogni costo, un figlio biologico in laboratorio senza un carnale coinvolgimento dei genitori. C’è il padre che dà il seme in provetta, la madre che dà gli ovuli in laboratorio e un’altra donna ancora che porta nell’utero l’embrione. Diversa trovo la fecondazione assistita senza un utero esterno che funge da incubatrice, dove la donatrice dell’ovulo porta anche la gravidanza ed è quindi madre a tutti gli effetti.
Perciò questa variante mi sembra più grottesca, anche se la nonna rende più morbido l’impatto emotivo della vicenda, ma è proprio l’idea del utero terzi che non mi va, considerando che i genitori biologici sarebbero pure fertili e in grado tecnicamente di procreare, con gli organi a posto.
Non riesco a considerare il grado di maternità di colei che porta solo l’embrione in grembo, scusate la brutalità ma mi sembra paragonabile a un forno dove si mette una torta fatta da altri. E poi però, questa donna non si sentirebbe in qualche modo madre per aver avuto il bimbo dentro per nove mesi? E la donna che ha dato gli ovuli allora no? Ma non l’ha partorito però; e infine il padre che praticamente ha dato solo il seme, ha un figlio coi caratteri della donatrice di ovuli ma che andrà ad accogliere un piccolo generato dal corpo di un’altra, che però è sua madre cioè la nonna del bimbo. ( e ci mancherebbe pure che la donna fosse stata anche la donatrice degli ovuli e quindi contemporaneamente nonna e mamma del nipote! anche se già una donna gravida deve sentirsi in qualche modo madre credo)
C’è qualcosa di antico in questo ragionamento, o forse qualcosa di strano nella vicenda, forse riconducibile all’egoismo del ragazzo gay che vuole essere un padre biologico anche così, facendo sì che la sua mamma sia in qualche modo resa gravida dal figlio o che comunque resa un po’ madre dal figlio suo stesso?
Chi sono io per decidere le gioie delle persone dopotutto? Comunque non credo che tutto quel che sia tecnicamente possibile sia giusto, la questione non è facile.