Una volta sono stata dalla mia ginecologa per un’ecografia di rito, durante i miei nove mesi di gravidanza. Chiacchieravamo sulle sue pazienti, perché io e mio marito, che in quell’occasione mi aveva accompagnato, le chiedevamo curiosissimi se per caso sapesse di qualche donna con un figlio concepito non dal marito/compagno ufficiale, bensì da un amante, più o meno occasionale.
Di alcune diceva di saperlo con certezza, perché loro gliel’avevano fatto capire esplicitamente, magari con un occhiolino (con l’ignaro partner di fianco!), di altre lo sospettava fortemente, sapendo per esempio della sterilità di lui, anche se poi doveva sostenere affermazioni del tipo: “i miracoli esistono”.
Poi a un certo punto, non ricordo come, quella chiacchierata così superficiale ha virato inaspettatamente su un tema serissimo e delicato come la fecondazione assistita. E lei, quasi con semplicità, ha detto una cosa sulla fecondazione eterologa, in particolare, che non mi scorderò mai. «È incredibile quanto i figli di coppie che li hanno concepiti con un donatore esterno assomiglino ai loro genitori». E se lo spiegava dicendo che durante la gravidanza qualcosa deve venire trasmesso dalla madre al bambino, che la madre, insomma, non può essere solo un’incubatrice.

È proprio di questi giorni la notizia del Nobel per la medicina a Robert Edwards, inventore dei “figli in provetta”, con le polemiche che questo ha scatenato in seno alla Chiesa; come pure la notizia del dubbio di costituzionalità sul divieto di accedere alla fecondazione eterologa, stabilito dalla legge 40 che regola proprio la fecondazione artificiale, sollevato dal Tribunale Civile di Firenze, in seguito alla richiesta di una coppia, e per la seconda volta in due anni. La discussa legge 40, che tante coppie italiane spinge di fatto al cosiddetto “turismo procreativo“, torna così nelle mani della Corte Costituzionale.
Vi confesso che sull’argomento non so molto, anzi, so proprio il minimo. È un tema talmente delicato, che è difficile capire che principi fissare: in ballo c’è una vita umana e il desiderio di avere figli di persone che non possono concepirne in maniera immediata. È giusto impedirlo? È sbagliato non regolamentarlo? Non voglio dare giudizi. Solo proporre uno spunto di riflessione, benché parziale, rimandando a quell’affermazione: una madre non è solo un’incubatrice, non è solo quella che ti fa nascere fisicamente dal proprio corpo, né quella che ti allatta al seno o che ti dà delle regole. Una madre è molto di più di tutte le sue funzioni biologiche ed educative, come pure un padre (non voglio mettere l’uomo in secondo piano, anche se – per ora? – la gestazione spetta ancora a noi femmine).
È come la vita, in fondo: due cellule si incontrano, sviluppano reazioni chimiche, poi all’improvviso scocca un impulso elettrico e un cuore inizia a battere. Ma oltre l’evidenza materiale, nasce un essere umano, che sarà corpo, spirito, pensiero, carattere. Quanta filosofia si potrebbe fare, su questo (e si fa). Poi però servono leggi e le leggi delimitano, non ammettono sfumature. Mi chiedo se in questo campo, così intimo e così importante, sarà mai possibile farne una per tutti.