Mamma Pampilla: dormire, che fatica!

mamma insonne

Care mamme che siete alle prese coi risvegli notturni, eccovi la mia esperienza.

Il mio Tommaso ha iniziato con un’insonnia quasi totale: voleva mangiare sempre! Non c’erano pause apprezzabili né di giorno, né, tantomeno, di notte. La cosa è peggiorata durante il periodo delle coliche, però quando sono terminate, ovvero alla fine del terzo mese, come da manuale, almeno di pomeriggio ha iniziato a dormire, anche un paio di ore, abitudine che ancora, a quasi due anni, non ha perso (mentre ha perso verso l’anno quella del riposino mattutino).

Il problema restava la notte: ogni mese attendevo il giorno miracoloso in cui avrebbe iniziato a farsi almeno 4-5 ore filate (non chiedevo troppo, no?). Al quinto mese l’ho messo nella sua cameretta, perché, in vista dello svezzamento e stando ad alcuni racconti, pensavo che iniziando a mangiare qualcosa di diverso dal latte, soprattutto quando gli avrei introdotto la pappa serale, si sarebbe riempito di più lo stomaco e dunque, magari, avrebbe dormito di più. Nulla da fare: prima di mezzanotte non c’era verso di metterlo giù e per un paio di volte a notte si svegliava. Il guaio era che non bastava la poppata per farlo ricadere nel sonno. Restava sveglio per un bel po’ e appena lo mettevo giù si metteva a piangere. Ero sconsolata e restavo in ballo diverse ore. Ho provato ad allattarlo da sdraiata, ma mi addormentavo anche io e perdevo il controllo sulla poppata. Non andava bene.

Verso i sette-otto mesi la poppata notturna era una sola, senza però contare quella di mezzanotte circa. Tuttavia, avvicinandoci al nono mese, vedevo che non serviva proprio a nulla: anzi, poppava svogliatamente, piangeva, era disturbato e io avevo davvero iniziato a impazzire di sonno. Avevo bisogno di dormire una notte intera! Fino ad allora, infatti, le volte che non aveva mangiato per sei ore erano state due (ma non significava che aveva dormito sei ore, restava sulle 4-5 ore).

A quel punto davvero mi sembrava che il vizio fosse prevalente sulla necessità. È molto difficile sapere dove si colloca questa fondamentale linea che separa una giusta indulgenza da una sbagliata accondiscendenza, ma in quel periodo, forse anche perché provata dal lungo periodo di insonnia, mi sembrava di avere le idee chiare. Era vizio!

Durante l’inverno (mio figlio è nato a metà ottobre) avevo già provato, invano, ad applicare il metodo «Fate la nanna», che addirittura mio marito mi aveva regalato mentre ero incinta e che spiccava sul mio comodino, per il resto del tutto sterile di letture. Un metodo che essenzialmente si basa sul far piangere i bimbi fino a quando non imparano a dormire, perché capiscono che piangendo non verrà nessuno.

Non sono per i manuali che ti dicono come trattare i bambini, come se i bambini fossero tutti uguali, ma quando sei in crisi di sonno cerchi una soluzione in ogni modo. Non ha funzionato, però ho di certo imparato da lì l’importanza della ritualità della nanna, cioè di collegare al momento dell’andare a letto alcuni elementi.

Tornando al fatidico nono mese di mio figlio, l’ultimo delle notti in bianco: memore del metodo «Fate la nanna», l’ho fatto piangere a oltranza, cosa mai fatta prima. La prima notte è arrivato a due ore, dall’una alle tre del mattino. Una bella resistenza! Come ho fatto io? Ero da sola, al mare, in un periodo in cui non c’era tanta gente nel palazzo, quindi non mi preoccupavo di rompere le scatole a nessuno, ma anche non mi preoccupavo per il piccolo, perché sapevo che non aveva nulla. Dopo due ore si è addormentato, senza poppare. La notte dopo stessa cosa. La terza notte ha dormito tutta la notte. Era il 1° luglio 2009 e io ero sfinita, ma entusiasta.

Da allora, a parte rare eccezioni, ha sempre dormito tutta la notte, ovunque andassimo. Ora devo solo capire come fare per farlo dormire a un orario decente e non verso le 10.30/11 di sera…

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