Dopo aver parlato del messaggio, è arrivato il momento di presentare altri due elementi della comunicazione, ovvero il canale e il codice.
Il canale è il mezzo attraverso il quale il messaggio viene trasmesso da un emittente ad un ricevente.
Utilizzando una metafora “idrica” il canale è come un tubo attraverso cui scorre l’acqua (il messaggio) da una sorgente (l’emittente) ad una destinazione (il ricevente).
Quando i due individui scelgono di utilizzare la voce come strumento per trasmettere il messaggio, il canale è costituito dall’aria attraverso cui si propagano le onde sonore, veicolo del messaggio. Nel caso in cui la comunicazione avvenga telefonicamente il canale è costituito dai cavi del telefono (reali o virtuali).
Il codice, invece, è l’insieme di segni e dei significati ad essi attribuiti convenzionalmente per comunicare. La lingua, ad esempio, è un codice che, a sua volta, contiene dei sottocodici che definiscono un tipo di linguaggio specifico e settoriale (scientifico, giuridico, confidenziale, matematico…).
Se torniamo all’esempio della scatola in cui il messaggio è contenuto, il codice può essere visto come la chiave necessaria ad aprirla.
Ciò che rende il codice efficace, ovviamente, è il fatto di essere un elemento condiviso da chi partecipa al processo comunicativo. Perché il contenuto della scatola sia visibile occorre che ognuno possegga la chiave per aprirla e sia in grado di usarla. Qualora questo non fosse possibile, occorre modificare il messaggio rendendolo comprensibile a tutti gli individui a cui è destinato.
Tornando all’esempio della chiave, provate a pensare che il peso della chiave corrisponda alle capacità di sorreggerla di chi deve utilizzarla. Se nel processo comunicativo sono coinvolte più persone di età e di “forza” diverse, il peso della chiave dovrà essere accessibile al più piccolo tra loro poiché gli altri saranno senz’altro in grado di sorreggerlo.
Fuori dalla metafora, proviamo a fare un esempio pratico e prendiamo, ancora una volta, un ipotetico nucleo familiare come punto di riferimento: due adulti (i genitori) un adolescente (il figlio maggiore) e un bambino. Se la comunicazione è destinata a tutta la famiglia, il linguaggio utilizzato dovrà essere semplificato fino a renderlo comprensibile al bambino, poiché gli altri membri, essendo più grandi, dovrebbero essere in grado di adeguarsi alle sue esigenze.
Le mamme di tutto il mondo (come hanno dimostrato vari studi) modificano istintivamente il loro linguaggio in funzione del proprio bambino, al punto da dare vita ad un codice specifico che viene definito maternese (o baby talking), che utilizza termini molto semplici e prevalentemente onomatopeici, un tono della voce particolarmente alto e coinvolgente e ricorre molto alla mimica facciale e alla gestualità. Si tratta di un linguaggio che, in linea di massima, può essere considerato universale, in quanto molto simile in tutte le mamme, anche di paesi diversi; è anche vero, però, che ogni mamma lo modifica in funzione del proprio bambino, delle esperienze condivise, del contesto socioculturale di appartenenza.
Il contesto, dunque, condiziona la comunicazione in vari modi, ma questo lo vedremo meglio la prossima volta.